Festa mobile
Essere l’ultimo amore di un uomo offre un grande potere: la possibilità di cancellargli il passato (non a tutte riesce: non è riuscito all’ultima moglie di Francis Scott Fitzgerald, e nemmeno a quella di Richard Burton). Essere la quarta e ultima moglie di Ernest Hemingway ha permesso a Mary, per amore, per senso del possesso e del ruolo, per orgoglio coniugale, di eliminare alcune parti fastidiose ed eccessivamente sentimentali da “Festa mobile”.
23 AGO 20

Essere l’ultimo amore di un uomo offre un grande potere: la possibilità di cancellargli il passato (non a tutte riesce: non è riuscito all’ultima moglie di Francis Scott Fitzgerald, e nemmeno a quella di Richard Burton). Essere la quarta e ultima moglie di Ernest Hemingway ha permesso a Mary, per amore, per senso del possesso e del ruolo, per orgoglio coniugale, di eliminare alcune parti fastidiose ed eccessivamente sentimentali da “Festa mobile” (che raccoglie le memorie degli anni giovanili a Parigi, “quando eravamo molto poveri e molto felici”).
“Festa mobile” fu pubblicato postumo e incompiuto nel 1964, e adesso, in occasione del cinquantenario della morte di Hemingway, esce restaurato (Oscar Mondadori, dieci euro), con la reintegrazione, a cura del nipote Sean, di otto capitoli inediti, che all’epoca furono scartati. Mary decise che non valeva la pena di pubblicare proprio tutto (cos’è la storia della letteratura in confronto alla gelosia di un ultimo amore?) e che era meglio sistemare l’abbandono di Hadley Richardson, la prima moglie, alla fine del romanzo, per dimostrare che non era affatto l’eroina dell’intero libro, ma soltanto una povera donna lasciata sola, tradita e poi scartata per un’altra (Pauline, ovviamente un’erinni spregiudicata). Tutta la descrizione (meravigliosa, straziante, spaccacuore) del rimorso che Hemingway racconta per quel crudele ménage a tre (Pauline era diventata la migliore amica di sua moglie) e per l’insopprimibile felicità del nuovo amore venne eliminata (“Ma la ragazza di cui mi ero innamorato era a Parigi, adesso, sempre a scrivere a mia moglie, e dove andammo e quello che facemmo e l’incredibile felicità, lancinante, ribelle, l’egoismo e la slealtà di tutto quello che facemmo, mi diedero una felicità tale e una felicità tanto impossibile e spaventosa che il nero rimorso arrivò e l’odio per il peccato e nessun pentimento, solo un terribile rimorso”).
Il rimorso di Hemingway non mancò mai giorno o notte fino a che Hadley sposò “un uomo molto migliore di quanto io sia mai stato o potessi essere e io seppi che era felice”. Nell’edizione curata da Mary, Ernest Hemingway addossava la colpa di quella potentissima tempesta sentimentale a Pauline Pfeiffer (“la ragazza nuova e strana che ora possedeva la metà di te”), un’affascinante arpia che aveva deciso di sposarlo a ogni costo. Ma non era quello che Hemingway pensava, e non era quello che aveva lasciato scritto. “Per la ragazza ingannare l’amica era una cosa terribile ma fu colpa e cecità mia che questo non mi abbia trattenuto. Ormai coinvolto nella cosa ed essendo innamorato ne accettai io tutta la responsabilità e vissi nel rimorso”.
Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
